“Quando il prodotto è gratis la moneta sei tu”. Questa è la frase mantra che ci ripetiamo tra persone addette alla pubblicità, al marketing, ai social e adesso anche tra gli addetti all’intelligenza artificiale.

Per l’esattezza sei il topolino bianco da laboratorio e non te ne accorgi.

Eppure nella lotta tra amanti senza remore della intelligenza artificiale e contrari a priori nessuno si pone la domanda di base: quando il prodotto è gratis chi lo sta finanziando e perché?

La settimana appena passata ci ha regalato un +40% di ricerche tra gli utenti per “intelligenza artificiale gratis” e questo rende evidente il fatto che non ci stiamo ponendo la domanda di base: chi sta pagando tutta questa rivoluzione e quale pericolo sto percorrendo?

I numeri sul tavolo

Facciamo un passo indietro e mettiamo i numeri sul tavolo, che non mentono mai. Sviluppare e mantenere un modello di intelligenza artificiale come ChatGPT costa a OpenAI circa 700.000 dollari al giorno solo in infrastrutture di calcolo. Sam Altman, il suo fondatore, ha dichiarato apertamente che l’azienda “perde un sacco di soldi”. Google ha investito miliardi in Gemini, Meta (Facebook, Instagramm e Whatsapp) ne ha spesi altrettanti su LLaMA (Meta Ai). Anthropic — quella di Claude — ha raccolto oltre 7 miliardi di dollari in finanziamenti. Nessuno di questi signori gestisce una fondazione benefica: sono aziende private, con azionisti, con investitori che si aspettano un ritorno economico.

Allora la domanda torna, più urgente di prima: chi paga il conto?

La risposta non è una sorpresa per chi lavora nel marketing, ma lo è per la maggioranza degli utenti: paghi tu, con i tuoi dati. Ogni domanda che fai a un’intelligenza artificiale gratuita è un mattone che costruisce un profilo su di te. Non solo cosa cerchi, ma come pensi, quali dubbi hai, come li articoli, in che momento della giornata, con quale umore, con quale urgenza. È una fotografia dell’interno della tua testa, molto più precisa di qualsiasi cookie pubblicitario.
Eppure settimana scorsa la ricerca di “Intelligenza Artificiale gratis” è salita del 40%.

E la Scuola? Da stare svegli la notte.

Altro dato importante della settimana è “intelligenza artificiale a scuola” (+60% di ricerche), dove è ormai evidente che gli studenti (mediamente) ne sanno di più dei professori (mediamente) e questo è un grosso problema.

In questo contesto torniamo alla frase mantra: tu sei la moneta, tu sei il topolino da laboratorio e lo sei col sorriso incollato sulla faccia — e te lo dico da fermo sostenitore di questa nuova tecnologia.

Chi sta imparando da chi?

Quando andiamo nelle classi, una delle attività è la programmazione attiva. Diamo un compito e lasciamo, nella prima parte, il libero svolgimento da parte degli alunni. Finita la prima parte, vediamo come le intelligenze artificiali rispondono diversamente allo stesso compito dato, ma poi poniamo una riflessione sulla stessa intelligenza artificiale che crea prodotti — testi, immagini — simili ma non identici.

Se due più due fa sempre quattro, quando andiamo sulla fase “generativa” la risposta non è certa e determinata: si producono mille sfumature di colore, mille sfumature di parole e pensieri.

E qui succede la cosa più interessante. La nostra simpatica AI registra quale risposta ottiene più successo, quale non viene contestata, quale viene apprezzata o corretta. Se lo “segna” da qualche parte — in realtà da qualche parte molto precisa, nei server di qualcuno — e va avanti.

Il ragazzo che chiede all’AI di riscrivere il suo tema sta migliorando il suo italiano o sta addestrando il modello a capire meglio l’italiano dei ragazzi italiani di quindici anni? Probabilmente entrambe le cose. Ma solo uno dei due sa che questo scambio sta avvenendo.

L’asimmetria che non vediamo

Questa asimmetria informativa non è un incidente: è il modello di business. Ogni interazione è un dato. Ogni dato è valore. Ogni valore si trasforma, prima o poi, in ricavo — per pubblicità più mirata, per modelli più precisi, per prodotti da vendere a istituzioni, aziende, governi.

Il topolino da laboratorio corre sulla ruota, convinto di andare da qualche parte. E in effetti ci va — solo che la destinazione la sceglie qualcun altro.

Più usiamo questi strumenti, più li rendiamo potenti e quindi li usiamo di più. Un circolo non vizioso, ma certamente asimmetrico: una parte del tavolo sa tutto dell’altra, e l’altra non lo sa nemmeno. Con Google è stato lo stesso percorso.

Almeno spenditi bene

Non sto dicendo di smettere di usare l’intelligenza artificiale. Sarebbe come dire di smettere di usare Google nel 2000. Non si torna indietro, non si dovrebbe neanche volerlo fare: questi strumenti cambieranno il mondo, probabilmente in meglio, sicuramente in modo irreversibile, importante è essere coscienti e decidere chi manovra il volante.

Sto sostenendo che la consapevolezza del prezzo che si paga — anche quando il servizio è gratuito — è il minimo per essere cittadini digitali e non sudditi inconsapevoli.

La prossima volta che apri ChatGPT, Gemini, o qualsiasi altra AI gratuita, ricordati che dall’altra parte del monitor non c’è nessuno che ti fa un favore. C’è qualcuno che sta costruendo qualcosa di enorme, e il mattoncino sei tu.

Sei la moneta. Almeno spenditi bene.

PS: Cerca di non fornire i tuoi dati personali alle AI: ho visto persone che danno in lettura le proprie analisi del sangue, chi fornisce dati finanziari personali, chi si fa fare da consulente psicologico e tanto altro. Questo è consegnarsi, arrendersi inconsapevolmente al Grande Fratello.

L’Intelligenza Artificiale è una grande calcolatrice con gli occhi del tuo vicino. Pensala così.

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