di Alessandro Sottocornola, Blu7
Compito di matematica sul banco. Lo studente guarda il foglio, lo inquadra con lo smartphone, in quattro secondi ha la soluzione commentata. La ricopia a mano, con qualche piccola imperfezione calcolata per non dare nell’occhio. Consegna. Voto: nove.
Il docente corregge tutti compiti. Trovarne tanti eccellenti lo rende soddisfatto: la classe ha assimilato gli argomenti. Il prossimo compito, o versione o tema, sarà più difficile.
È qui che scatta la trappola, silenziosa e perfetta.
I numeri della frattura
Il 75% degli studenti italiani dichiara di usare regolarmente l’intelligenza artificiale ogni giorno per i compiti. Meno del 30% dei docenti la usa per preparare le lezioni o le prove. La forbice è questa: chi viene valutato conosce lo strumento, chi valuta spesso non sa nemmeno riconoscerlo. Non è un dettaglio tecnologico, è un’asimmetria strutturale dentro le aule.
Il proibizionismo non ha mai funzionato in tutta la storia per qualsiasi materia o merce o ideologia.
Stiamo vivendo un effetto che non avevamo mai visto prima: la valutazione dei docenti si tara su una media falsata. Il docente, in buona fede, alza l’asticella perché i risultati sembrano ottimi. Lo studente che ha studiato davvero, senza scorciatoie, si trova davanti a un muro costruito sui risultati di chi non ha fatto nulla. Per assurdo potremmo avere un alunno insufficiente, rimandato a settembre, che ne sa di più di chi prende un otto in pagella.
Ci sono risvolti di merito e psicologici.
Non è più la vecchia questione del “copiare” con la traduzione sotto il banco. Lo abbiamo fatto tutti: il bigliettino, la parola suggerita, eccezionalmente “la brutta” passata al compagno di banco. Gli strumenti di IA generano testo originale, non lo recuperano. Il docente può anche assegnare una versione mai esistita, scritta da lui la notte prima: la macchina la traduce comunque, in tempo reale, con una qualità che in media è superiore a quella di un maturando. Non c’è controllo tecnico che tenga. E chi prova a introdurlo, a bloccare i dispositivi, software anti-IA, tornare agli orali, si scontra con un sistema scolastico che non è stato progettato per questa asimmetria e non ha gli strumenti, giuridici né culturali, per gestirla.
La leggenda dell’allievo che supera il Maestro, non nella Intelligenza Artificiale
Ce l’hanno raccontata tutti: il Verrocchio che posa il pennello davanti all’angelo dipinto dal giovane Leonardo. L’allievo supera il maestro, il maestro lo riconosce. Romantico. Solo che in quella storia il Verrocchio vedeva l’angelo, capiva cosa aveva davanti. Oggi il docente vede la formula chimica perfetta e non vede la macchina che l’ha scritta. Non è un sorpasso, è un’invisibilità. Eppure vado ad insegnare Intelligenza Artificiale nelle scuole.
La domanda più scomoda è sotto la superficie. Accettiamo passivamente che Google decida cosa è vendibile e cosa è adatto a noi, non vedo sommosse di fronte a un algoritmo militare che decide cosa è un bersaglio plausibile, per poi massacrare 140 bambine in una scuola.
Eppure vado ad insegnare Intelligenza Artificiale a scuola.
Il metro della realtà viene calibrato da un sistema che nessuno ha discusso in pubblico, e ciascuno di noi, studente, docente, genitore, cittadino, si muove dentro quel metro senza averlo scelto.
Il professore alza l’asticella dei compiti in buona fede. L’ufficiale firma il comando in buona fede. Il consumatore compra in buona fede. In tutti e tre i casi, l’agenda è stata scritta altrove. Non è un problema di disonestà dei ragazzi. I ragazzi fanno ciò che è razionale: usano lo strumento più efficiente disponibile, come noi abbiamo usato la calcolatrice. Il problema è che la scuola sta valutando persone come se quello strumento non esistesse e così facendo produce una selezione inversa, non premia chi capisce, premia chi dissimula. È il contrario esatto del suo compito. Io vado ad insegnare nelle scuole questa tecnologia perché tutti sappiamo conoscere gli strumenti, tutti la possono padroneggiare e tutti possano fare un passo in avanti.
Le vere domande utili
Forse la domanda giusta non è più “hai tradotto bene la versione?”. È: cosa hai capito, al di là del foglio che mi hai consegnato, perché si traduce così? La mia professoressa di matematica non guardava mai il risultato finale, ti valutava il percorso logico che ti portava a quel risultato.
E quella domanda, per essere fatta, richiede che il docente sia almeno nello stesso campo dello studente. Oggi, in sette casi su dieci, non lo è.
Ma resto fiducioso.