Ogni rivoluzione tecnologica del Novecento ci è stata venduta come una liberazione. La catena di montaggio doveva sollevarci dalla fatica. L’elettrodomestico doveva restituire tempo alla casa. Il personal computer doveva svuotare gli uffici dalla carta e dai timbri. La produttività è cresciuta, come previsto e spesso oltre le previsioni. Le ore di lavoro, no. Restano lì, ferme dagli anni Sessanta. Trentasei ore alla settimana, cinque giorni su sette. La promessa di liberazione è arrivata regolarmente. La liberazione, mai.
AI Agentica: ottimizzare l’esistente o rivoluzionare il lavoro?
Adesso arriva l’intelligenza artificiale agentica e ci viene raccontata di nuovo come la rivoluzione che cambierà tutto.
La domanda che non si fa quasi nessuno è semplice: rispetto a cosa?
La settimana scorsa Andrea Gigli, Chief Innovation Officer di Autoguidovie, ha scritto un articolo che fa discutere chi lo legge dal titolo, “L’innovazione agentica non migliora il lavoro, lo mette in discussione”.
La tesi è netta: con gli agenti AI il punto non è ottimizzare il lavoro esistente, ma chiedersi quale lavoro debba ancora esistere. E la frase che chiude il pezzo è una mazzata che vale rileggere lentamente: il rischio più grande non è fare le cose sbagliate, è continuare a fare benissimo le cose che non servono più.
Gigli ha ragione e torto: la conclusione che trae, “riprogettare le organizzazioni eliminando pezzi di lavoro umano per costruire vantaggio competitivo”, è una sola delle conclusioni possibili. È quella che vede il dividendo di produttività e lo immagina dentro il bilancio aziendale: margine, riduzione del personale, “vantaggio difficile da copiare”.
Io traccio un’altra strada che parte da molto prima di Gigli, di me e di chiunque legga. È l’idea che ci portiamo dietro da quando le macchine sono entrate nella vita produttiva: il tempo sarà liberato dalla tecnologia. E’ vero? E a chi appartiene?
Il dividendo mancante
Henry Ford nel 1926 introdusse il sabato libero e gli industriali americani lo accusarono di voler rovinare il Paese. Quattro anni dopo, in piena depressione, John Maynard Keynes scrisse un breve saggio per i suoi nipoti e previde che entro un secolo avremmo lavorato circa quindici ore alla settimana. La macchina avrebbe fatto il resto. Tra gli innovatori italiani è sempre bene ricordare Olivetti, anche solo così, passando da una frase all’altra.
Evidentemente noi non siamo I nipoti di Keynes, di Ford o di Olivetti. La macchina ha fatto l’evoluzione della società dove viene applicata, ma il mondo del lavoro è rimasto quello di un secolo fa con le 36 ore di lavoro settimanali.
La produttività dei Paesi industrializzati è almeno cinque volte quella del 1930. Le quindici ore non si sono viste, noi continuiamo a lavorare 36 ore la settimana. Quel progresso enorme, accumulato in un secolo, è stato preso intero da qualcun altro: profitti, dividendi, prezzi degli asset. Mai tempo restituito alle persone.
Qualcuno comincia a chiedersi se non si possa fare diversamente. L’Islanda dal 2015 al 2019 ha sperimentato la settimana corta nel settore pubblico, con risultati che oggi coinvolgono la grande maggioranza dei suoi lavoratori. Il Regno Unito nel 2022 ha condotto un pilot con sessantuno aziende sulla settimana di quattro giorni lavorativi: oltre il novanta per cento ha mantenuto il modello dopo la sperimentazione. In Italia, qualche tentativo isolato — Lavazza, Intesa, Lamborghini — e per ora niente di più. Il dibattito esiste. Facciamo finta che non esista.
La settimana corta e il valore del “mercoledì libero”
E se l’intelligenza artificiale ci facesse fare il salto di qualità? Quattro giorni di lavoro, tre giorni di libertà.
La teoria dello storico Parkinson sostiene che un’attività (il lavoro) finisca sempre per dilatarsi e riempire tutto lo spazio temporale che le viene concesso per essere completata.
L’angolo che mi interessa non è il weekend lungo. Quello resta dentro la grammatica del consumo: due giorni di evasione e poi di nuovo dentro la macchina. Mi interessa il mercoledì libero, in mezzo alla settimana, distribuito sull’intera società. Non un giorno aggiuntivo per restare a casa, ma un giorno collettivo che cambia il ritmo del Paese.
La cassiera che oggi fa cinque giorni in piedi, con quattro giorni e l’AI che gestisce inventario, code e ordinazioni vocali, potrebbe il mercoledì portare il padre alla visita medica, andare al consiglio di quartiere, fare il corso di yoga che non poteva seguire. L’operaio della linea, alleggerito dagli agenti predittivi sulla manutenzione, potrebbe insegnare ai figli quello che sa fare o andare al museo aperto il mercoledì. La scuola troverebbe altre attività. L’ambulatorio si decongestionerebbe. Le società sportive potrebbero fare tornei al mercoledì e liberare la domenica o aggiungerle.
È redistribuzione del tempo, è riorganizzazione della società. Non è utopia: è una decisione politica. La stessa che è stata presa altre volte, ogni volta combattuta come oggi.
Il dividendo di produttività dell’AI esiste, ed è enorme. Lo dice Gigli senza dirlo. Lo dicono i bilanci di chi sta tagliando i junior. La domanda non è se esiste. La domanda è dove va o dove ci facciamo portare dalla A.i. Finora, ovunque tranne che nel nostro tempo.
PS: la prossima volta che qualcuno vi racconta che l’AI cambierà tutto, chiedetevi: cambierà anche il mercoledì?