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In molte scuole l’intelligenza artificiale è già entrata, quasi mai da una delibera: la usa la docente per preparare una verifica, la segreteria per riassumere una circolare, il collega volenteroso che ha scoperto un assistente e lo consiglia agli altri. Quello che pochi sanno è che dal punto di vista della legge europea, in quel momento, la scuola ha un obbligo preciso.

Cosa dice l’articolo 4

L’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, chiede a chi usa sistemi di AI nella propria attività di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione al personale che li adopera. Nel linguaggio del regolamento una scuola che mette uno strumento di AI in mano ai propri dipendenti è un deployer, cioè un utilizzatore: l’obbligo è suo, non di chi ha costruito lo strumento.

La Commissione europea lo riassume così: chi fornisce o utilizza sistemi di AI deve prendere misure per sviluppare l’alfabetizzazione del proprio personale e delle altre persone che usano quei sistemi per suo conto.

Chi riguarda, dentro una scuola

Il personale, docente e non docente, che usa strumenti di AI nel lavoro. E anche chi lavora per conto dell’istituto senza esserne dipendente: la Commissione cita espressamente collaboratori esterni e fornitori di servizi.

Gli studenti non rientrano in questo obbligo, ed è giusto dirlo chiaramente perché la confusione è frequente. L’articolo 4 parla di chi usa l’AI per conto dell’organizzazione. Insegnare l’intelligenza artificiale a ragazze e ragazzi è una scelta educativa importante, che facciamo volentieri, ma è un’altra cosa.

Da quando vale e perché adesso conta di più

L’obbligo si applica dal 2 febbraio 2025. Per un anno e mezzo però è rimasto, nei fatti, senza controlli. La Commissione ha chiarito che le regole di vigilanza e sanzione si applicano dal 3 agosto 2026: da allora le autorità nazionali di sorveglianza possono intervenire.

Tradotto: fino a quest’estate era una buona pratica consigliata. Da agosto è un obbligo che qualcuno può verificare.

Cosa serve davvero

Meno di quanto si teme. La Commissione è esplicita su tre punti.

Non serve un certificato. Basta che l’istituto tenga una traccia interna delle attività di formazione e di orientamento fatte.

Non c’è un modello unico. Il livello di preparazione si commisura a quello che le persone fanno davvero con l’AI: chi la usa per scrivere una comunicazione alle famiglie ha bisogno di cose diverse da chi la usa per valutare.

Non ci sono corsi obbligatori prestabiliti. Si sceglie la forma: un incontro, una guida interna, un percorso con un formatore esterno.

In pratica, per una scuola il percorso sta in quattro passi: capire quali strumenti si usano già e da chi; decidere cosa si può fare e cosa no, soprattutto sui dati degli studenti; formare le persone in proporzione all’uso; tenere un registro di quello che si è fatto.

Il passo che vale di più

Tra i quattro, il primo è quello che quasi nessuno fa ed è il più utile: una ricognizione onesta di chi usa cosa. In quasi ogni istituto salta fuori che l’AI è usata molto più di quanto risulti ufficialmente; e che il vero rischio non è lo strumento ma i dati che ci finiscono dentro.

Se volete una mano a impostare questo percorso nella vostra scuola, è esattamente il lavoro che facciamo con la formazione AI per le scuole. La definizione del termine, in breve, sta nella voce di glossario alfabetizzazione AI.

In una riga

Una scuola che usa l’intelligenza artificiale deve formare chi la usa. L’obbligo c’è dal 2025 e da agosto 2026 si controlla. Non chiede certificati: chiede di sapere chi usa cosa e di aver fatto qualcosa perché lo usi bene.

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