Lo so, sembra strano e fa una certa impressione. Dopo venticinque anni perdi uno degli strumenti con cui hai più convissuto, un vero collaboratore e ti accorgi che il saluto te lo firma lo strumento stesso: ha messo le sue dimissioni sulla tua scrivania.
Non un concorrente, non un’autorità: è Google ad annunciare la fine di Google entro il 2026.
Come se uno appendesse alla propria serranda, bandone a Firenze, il cartello “chiudo entro l’anno”.
Per fortuna qui non chiude nessuno, ma cambia tutto.

Perché in venticinque anni quel servizio, Google, è diventato un verbo. Cercare si dice googlare. E’ come dire: “non fare Cultura Commestibile” e volesse dire per l’intero pianeta “non fare contro informazione”. (Citazione doverosa al giornale che pubblica i miei articoli.)
E se ne parlo in questa rubrica è perché dietro, ovviamente, c’è l’intelligenza artificiale.

Al suo Evento Mondiale del 19 maggio scorso, Google ha annunciato il più grande cambiamento alla barra di ricerca da oltre venticinque anni: la barra come era e come la conosci, sparisce, al suo posto una “scatola intelligente” mossa dal nuovo modello Gemini 3.5 Flash.
Non ci scrivi più due parole chiave: “Farmacia Aperta qui vicino” ma ci parli, ci trascini dentro foto, file, video, perfino le schede aperte di Chrome e lei non ti restituisce un elenco di risultati, ma una risposta unica, già confezionata. Dietro a quella finestra ci saranno agenti che continuano a lavorare anche quando hai chiuso lo schermo. Nel linguaggio delle startup una tecnologia affermata muore solo se arriva qualcosa di davvero dirompente: Discruptive. E cosa c’è di più dirompente dell’AI? Time + 5

Attenzione, però: non è una resa. Google non rinuncia all’impero di miliardi che la pubblicità le garantisce, anzi, Pichai, il Capo di Google, ha spiegato che con l’AI le persone cercano di più, non di meno. Tradotto: più occasioni, non meno. Solo nel 2026 il gruppo prevede di spendere tra i 180 e i 190 miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Non si arretra, con quei numeri. Ci si riposiziona. Yahoo!Time

Cosa è cambiato, allora, nella nostra vita? Due cose. È cambiato il dispositivo: ormai circa il 70% delle ricerche le facciamo da un cellulare, schermo piccolo e sempre più potente. Ed è cambiato il modo: venticinque anni fa entravamo nella barra e digitavamo le parole esatte, oggi formuliamo frasi intere, parliamo. Da qui la parola che spiega tutto, quella che in gergo si chiama contesto. La scatola nuova vuole il tuo contesto: la tua voce, le tue immagini, quello che stai guardando in quel momento. Bloggersideas + 2

E qui finisce la nostalgia ed inizia l’incubo.

Dalla fila di porte alla risposta unica

L’elenco di link, per quanto ci sembri preistorico, era una fila di porte: sceglievi tu quale aprire, confrontavi, ti capitava di inciampare in qualcosa che non stavi cercando. La risposta unica toglie proprio quel gesto: la scelta. Qualcuno, al posto tuo, decide cosa entra nella sintesi e cosa resta fuori. Con quali criteri? Proprietari, modificabili, non verificabili dall’esterno. Per venticinque anni la barra è stata la soglia di internet; adesso la soglia non c’è più, c’è un concierge, un addetto alla vendita che esce e ti riporta una cosa sola.

Tutto il mondo tranne l’Europa

E la scatola non legge solo quello che le scrivi. Con la funzione che Google chiama Personal Intelligence, l’assistente attinge a Gmail, Foto, YouTube, Maps, agli acquisti che hai fatto, a quello che hai cercato. La promessa è comoda: trovare quello che ti serve senza doverle dare ogni volta tutto il contesto. Google assicura di non addestrare i suoi modelli “direttamente” sulla tua casella di posta e quel “direttamente” pesa parecchio. Anche perchè non gliel’ho chiesto, me lo ha detto guardandomi negli occhi. Un dettaglio che ci riguarda da vicino: questa personalizzazione è stata accesa in mezzo mondo, ma non in Europa. Per una volta, a decidere cosa Google può fare del nostro contesto non è stata Google. È stata una regola. Qui, e solo qui, “più Stato” non è uno slogan: è l’unico argine rimasto. Digital Trends + 5

Non tutti, peraltro, stanno applaudendo. Nei giorni dopo l’annuncio le installazioni di DuckDuckGo negli Stati Uniti sono salite fino al 30% e le visite alla sua pagina “senza AI” sono triplicate. Il loro amministratore, Gabriel Weinberg, l’ha detta secca: Google ci sta imboccando l’AI senza lasciarci un modo per dire di no. Google ribatte coi numeri, la modalità AI ha superato il miliardo di utenti al mese, ma il punto non è la nostalgia di una grafica. La libertà è poter scegliere di non usare questa tecnologia.. TechCrunch + 5

Il saluto, dicevo, lo firma Google. Addio Google, benvenuto nuovo Google. Resta solo da capire chi, dentro la scatola, stia ancora tenendo in mano qualcosa che assomigli a una scelta.

PS: questo articolo l’ho scritto io, credo. Non lo so più.

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