Questo articolo è nato nel settembre 2025 e nasceva già vecchio, come succede a quasi tutto quello che si scrive sul digitale. Lo riprendiamo il 4 agosto 2026 perché nella versione precedente mancava il pezzo più concreto di tutti. Spiegavamo come farsi citare dalle intelligenze artificiali. Non spiegavamo come si fa a sapere se sta succedendo davvero.

La domanda arriva sempre nella stessa forma, dall’artigiano di Rifredi come dalla segreteria di una scuola primaria. Se qualcuno chiede a ChatGPT o a Gemini chi contattare per il mio lavoro qui a Firenze, il mio nome esce oppure no? Fino a poco tempo fa la risposta onesta era che non si sapeva. Oggi si può sapere, gratis, con mezz’ora di lavoro al mese, mettendo in conto che il primo numero leggibile arriva alla terza rilevazione, cioè dopo tre mesi. È un termometro, non un test rapido. La seconda metà di questo articolo spiega passo per passo come si costruisce.

La SEO è morta?

No. Punto. Tutti a casa. Ovviamente si scherza, ma vale la pena parlarne, perché l’indicizzazione, il farsi trovare sul web, il “primi su Google” è da sempre un mantra delle aziende e di chiunque faccia del web uno dei punti del proprio lavoro, perché avere visibilità si traduce più facilmente in vendita.

Le classiche SERP, i lunghi elenchi di risultati che ci propongono Google, Bing, DuckDuckGo e amici dopo una ricerca, sono in sofferenza. Perdono peso, perdono clic verso i siti, non spariranno. Accanto a loro sono cresciute le risposte generate, quelle in cui l’utente riceve un testo già confezionato invece di un elenco di link da esplorare.

Il mondo cambia e noi dobbiamo essere bravi a starci dentro. Le intelligenze artificiali (abbiamo imparato tutti che non esiste solo ChatGPT, ci sono Gemini, Perplexity, Claude, Qwen, Copilot) stanno sostituendo in parte i vecchi motori di ricerca, fornendo risposte alle nostre domande. Quindi se da “primo su Google” vuoi passare a essere dentro le risposte delle AI, da qualche parte devi iniziare a muoverti.

Cosa è la GEO, detta semplice

Per capire chi è il nuovo bisogna ricordarsi cosa era il vecchio. La SEO per i motori di ricerca classici prevede quattro azioni di base.

La GEO, acronimo di Generative Engine Optimization, è la stessa cosa spostata di un passo. L’obiettivo diventa entrare nella conoscenza di un LLM, cioè di un grande modello linguistico, il programma che sta dietro a ChatGPT o a Gemini e che genera le risposte una parola alla volta. Essere presenti in quell’archivio significa essere una risposta possibile quando un utente fa la sua domanda.

Quali differenze vedi? Io poche o pochissime. La differenza vera la fanno gli utenti, il loro modo di comportarsi, chi pone le domande e decide quali risposte gli sembrano valide. Nella SEO l’utente fa la ricerca, clicca sul link e arriva su un sito. Nella GEO fa la domanda, legge la risposta e semmai va ad approfondire sulla fonte che gli viene citata.

I motori di ricerca classici curano i link, quei collegamenti che l’autore di un articolo suggerisce per fare approfondimenti. Il motore entra nella pagina, prende le parole chiave, capta altri segnali, passa ai link interni ed esterni e continua il suo peregrinare.

Gli LLM si nutrono invece di tutto il testo. I link restano importanti, ma per un modello linguistico pesa di più quante volte quel nome, quell’autore, quell’argomento vengono nominati dentro i testi che il numero di collegamenti che li puntano.

Facciamo un esempio pratico. Se voglio dire ai motori di ricerca che Blu7 a Firenze si occupa di marketing e di SEO, scrivo un articolo che spiega bene un fenomeno, per esempio la differenza tra una ricerca su Google e una domanda a ChatGPT, uscito al momento giusto, con i link corretti. Se voglio che quello stesso articolo funzioni anche per gli LLM, allora servono citazioni dentro il testo, riferimenti a cosa abbiamo prodotto o pensato noi sull’argomento, materiale originale e chiaro. Poi servono menzioni sparse altrove. Altri siti ovviamente, ma anche social, video, canali di comunicazione.

Si allargano gli orizzonti e le presenze.

Dove nascono le menzioni

I forum e le community verticali contano parecchio. Reddit, Quora, StackExchange, Discord sembrano posti da smanettoni, in parte è vero, ma le AI vanno a leggere lì e si nutrono di quelle conversazioni. I portali di settore pesano anche quando pubblicano contenuti editoriali senza link, purché firmati. I blog tematici non li cerchiamo più per il traffico, ma perché costruiscono un ecosistema semantico intorno a un argomento, cioè un insieme di testi che parlano della stessa cosa e si citano tra loro. Anche le pagine prodotto ben strutturate hanno il loro peso, perché gli LLM leggono pure le schede tecniche.

La miniera d’oro vera restano le citazioni dentro contenuti scritti da altri. Se parli bene di te va bene, ok. Se lo fanno altri è molto meglio. È la differenza tra presentarsi da soli e ricevere una raccomandazione, la stessa che c’era ai tempi della scuola quando chiedevi a un amico di presentarti a qualcuno.

Perché Search Console non te lo dice

Fin qui il pezzo del 2025, che regge ancora. Adesso il buco. Tutto quello che hai letto sopra descrive azioni, non risultati. A un certo punto è legittimo chiedersi se stiano funzionando.

La risposta scomoda è che gli strumenti con cui misuri il sito tutti i giorni non vedono niente di tutto questo. Il 3 agosto 2026 Casey Nifong lo ha scritto su Search Engine Land in una frase che vale la pena tradurre alla lettera. A differenza delle posizioni, delle impression o dei clic, le menzioni di marca dentro Gemini non compaiono in Search Console né in Google Analytics. Qualche strumento che guarda una fetta del fenomeno esiste, lo vediamo più avanti, ma vede quello che passa dal tuo sito, non le risposte in cui non compari.

Serve spiegare cosa sono quegli strumenti, perché il pubblico di questo blog non è fatto solo di addetti ai lavori. Search Console è il pannello gratuito di Google che mostra con quali ricerche il tuo sito compare nei risultati e quanti clic riceve. Google Analytics è lo strumento che misura chi arriva sul sito e da dove. Le impression che citano sono le volte in cui un tuo risultato viene mostrato a qualcuno, che l’abbia cliccato oppure no. Sono ottimi per il web dei link, sono ciechi su quello che accade dentro una chat. Se prima ancora ti stai chiedendo quali dati guardare nel tuo sito, lì c’è il quadro di base.

Il motivo sta nel percorso che fa la persona. Scopre il tuo nome dentro una risposta, chiude la conversazione, cerca quel nome su Google, arriva sul sito da una ricerca che porta già il tuo marchio. Nei report quell’origine risulta una ricerca di marca, cioè una ricerca fatta digitando il nome dell’azienda, che è esattamente il tipo di visita che sembra “già tua”. L’incontro che ha generato tutto è invisibile.

La libreria di prompt, il metodo che costa zero

La prima delle tre strade indicate da Search Engine Land è quella che puoi iniziare stamattina senza comprare né installare niente. Si chiama libreria di prompt e per un’attività locale è quasi banale da costruire. Un prompt è la domanda che scrivi all’assistente. Una libreria è semplicemente un elenco fisso di domande che ti riprometti di rifare sempre uguali, a intervalli regolari, annotando cosa risponde. Se vuoi capire come si scrivono domande che ottengono risposte utili, abbiamo uno schema dedicato.

Le dieci domande, divise in tre famiglie

Dieci bastano e la ripartizione conta, perché è quella che rende confrontabili due rilevazioni fatte a tre mesi di distanza. Quattro domande di categoria, tre di problema, tre sul nome proprio. Se cambi le proporzioni cambi il denominatore, e il numero del mese scorso non è più paragonabile a quello di oggi.

Le quattro domande di categoria sono quelle in cui il cliente non ti conosce e descrive solo il bisogno. “Miglior fabbro a Firenze”, “chi fa manutenzione caldaie a Firenze”, “consigliami tre studi dentistici in zona Rifredi”, “agenzia che forma i docenti sull’intelligenza artificiale in Toscana”. Sono le più dure e sono le più importanti, perché lì dentro il tuo nome o c’è o non c’è.

Le tre domande di problema sono formulate come le farebbe una persona vera, con il suo guaio davanti. “Mi si è bloccata la serranda del negozio in centro a Firenze, chi chiamo di domenica”. “La caldaia perde acqua e sono in affitto, a chi mi rivolgo a Firenze”. “Cerco un corso di intelligenza artificiale per i docenti del mio istituto a Firenze”. Se ti occupi di formazione sull’intelligenza artificiale per le scuole, è l’ultima delle tre che devi mettere in libreria, perché è il modo letterale in cui una segreteria scriverebbe a un assistente. La versione che scriveresti tu, quella con dentro il nome del servizio, non è la domanda che ti fa trovare.

Le tre domande sul nome proprio servono a controllare l’altra metà del problema. “Cosa fa l’azienda X”, “l’azienda X è affidabile”, “dove ha sede l’azienda X”. Qui il nome lo hai messo tu nella domanda, quindi il modello lo ripeterà quasi sempre: non stai misurando se ti trovano, stai misurando se quello che dicono di te è giusto. Capita spesso che il modello racconti servizi che non offri più, che sbagli l’indirizzo o che ti attribuisca cose di un omonimo. È un caso di allucinazione, cioè di risposta inventata detta con tono sicuro. È anche più urgente da correggere di un’assenza. Per questo motivo queste tre domande hanno un indicatore tutto loro, che non si mescola con l’altro.

Cosa annotare, colonna per colonna

Un foglio di calcolo condiviso basta e avanza. Le colonne sono le sei suggerite da Nifong, tradotte, più la data e l’assistente usato.

| Data | Assistente | Prompt | Ci sei | Posizione | Concorrenti citati | Fonti citate | Descrizione corretta | Note |

|—|—|—|—|—|—|—|—|—|

| 04/08/2026 | ChatGPT | miglior fabbro a Firenze | no | 0 | Ditta A, Ditta B, Ditta C, Ditta D | portale di settore, Google Maps | n.d. | risposta generica |

| 04/08/2026 | Gemini | chi ripara una serranda a Firenze | sì | 2 su 5 | Ditta A, Ditta C | il nostro sito, elenco locale | sì | |

| 04/08/2026 | ChatGPT | cosa fa l’azienda X | sì | 1 su 1 | nessuno | il nostro sito, LinkedIn | no | manca il servizio aperto a gennaio |

Tre colonne meritano una spiegazione, perché sono quelle che quasi tutti sbagliano.

Posizione è un numero, non un aggettivo. Se l’assistente elenca cinque nomi e tu sei il secondo, scrivi “2 su 5”. Serve perché è il primo indicatore che si muove: capita spesso che il tuo nome ci sia già ma stia sempre in fondo, e passare dal quinto al secondo posto è un miglioramento che il solo “ci sei sì o no” non registrerebbe mai.

Concorrenti citati vuole i nomi, non il conteggio. Scrivere “4 aziende” ti fa perdere l’unica informazione che quella colonna può darti, cioè chi è entrato e chi è uscito dalla risposta nel frattempo. Se a maggio comparivano tre nomi e a novembre ne compaiono altri tre completamente diversi, sta succedendo qualcosa nel tuo mercato che vale la pena capire.

Descrizione corretta è un sì o un no, deciso subito dopo aver letto la risposta. Non è una nota, è un campo: fra tre mesi devi poter contare quanti sì e quanti no, e la prosa non si conta.

La colonna delle fonti citate è quella che quasi tutti dimenticano ed è la più utile di tutte. Ti dice dove l’assistente va a leggere per parlare del tuo mestiere, quindi dove ha senso essere presenti il mese prossimo. Se per tre volte di fila cita lo stesso portale locale e tu su quel portale non ci sei, hai appena trovato il lavoro da fare. Va detto che non tutti gli assistenti mostrano le fonti in chiaro: se ne usi due e solo uno le espone, quella colonna resterà vuota per metà delle righe. È normale, non è un errore di compilazione.

La colonna Note serve solo a ricordarti il contesto quando riprenderai il foglio in mano. Tutto quello che vorrai contare fra tre mesi deve stare in una colonna sua, mai lì dentro.

I due numeri che ne escono

Le dieci domande producono due indicatori distinti, e tenerli separati è tutta la differenza tra una misura e un’impressione.

Il tasso di presenza si calcola solo sulle sette domande in cui il tuo nome non compare, cioè le quattro di categoria più le tre di problema. È il numero di volte in cui esci nella risposta, su sette. Passare da due su sette a quattro su sette nell’arco di un trimestre è un movimento vero.

Il tasso di accuratezza si calcola sulle tre domande sul nome proprio. È il numero di risposte che ti descrivono correttamente, su tre. Tre su tre significa che i modelli hanno le idee chiare su di te. Uno su tre significa che c’è del lavoro urgente da fare sulle tue schede pubbliche.

Il motivo per cui non vanno sommati è aritmetico prima ancora che metodologico. Nelle domande sul nome proprio il tuo nome esce per costruzione, l’hai scritto tu: se le contassi dentro il tasso di presenza partiresti da tre su dieci anche essendo del tutto invisibile, e quel numero non direbbe niente a nessuno.

Il peggioramento, invece, si riconosce da tre segnali che adesso sono tutti campi contabili della tabella. Il tasso di presenza che scende per due rilevazioni consecutive. Le fonti citate che cambiano, tipicamente il tuo sito che sparisce a favore di un aggregatore. La colonna della descrizione corretta che passa da sì a no. Le prime due chiedono lavoro di contenuto, la terza chiede una correzione immediata sulle schede pubbliche.

Ogni quanto rifarlo

La cadenza consigliata è settimanale per i mercati molto competitivi e mensile per la maggior parte delle organizzazioni. Per una PMI o una scuola fiorentina il mensile è più che sufficiente. Scegli un giorno fisso (il primo lunedì del mese va benissimo) e mettilo in calendario come si fa con la fattura elettronica. Dieci domande su due assistenti sono venti risposte da leggere. Mezz’ora, non un progetto.

Le tre trappole da conoscere

La prima è la variabilità. Una stessa domanda può produrre risposte diverse per via della personalizzazione, della località, della cronologia della conversazione e degli aggiornamenti dei modelli. Due persone che chiedono la stessa cosa possono vedere risposte sensibilmente diverse. Il rumore si riduce tenendo sempre la stessa condizione, non la condizione perfetta. Dove si può, finestra anonima senza accesso all’account. Dove non si può, e capita, si usa sempre lo stesso account dedicato solo alle rilevazioni. Verificato il 4 agosto 2026: Claude chiede l’accesso per forza, mentre Google dichiara che senza accesso di Gemini si usa solo una parte delle funzioni. ChatGPT invece si apre e risponde anche senza account. La regola pratica è annotare in quale condizione hai fatto la rilevazione e non cambiarla più.

La seconda è la cortesia dei modelli. Se dopo una risposta chiedi “e l’azienda X la conosci?”, quasi sempre l’assistente dirà di sì e ne parlerà bene. Quella non è visibilità, è compiacenza, e non va annotata da nessuna parte. Vale solo la prima risposta della conversazione, quella che nessuno ha suggerito. Vale anche per le tre domande sul nome proprio: si fanno in una conversazione nuova, mai in coda a un’altra.

La terza è la fretta di leggere una tendenza. Una rilevazione non dice niente, due dicono poco. Dalla terza in poi il quadro inizia a essere onesto.

Gli strumenti che lo fanno al posto tuo

La seconda strada è comprare uno strumento. Sul mercato ci sono piattaforme dedicate (Profound, Scrunch AI, Otterly.AI, Peec AI) più le funzioni di visibilità AI ormai integrate dentro Semrush e Ahrefs. Misurano quanto spesso vieni incluso in una risposta, la frequenza delle citazioni, la posizione, la quota di voce rispetto agli altri nomi del settore, l’andamento nel tempo. Per trasparenza, e vale la pena dirlo: Search Engine Land, la testata da cui arriva buona parte di questo metodo, dichiara di essere di proprietà di Semrush, che è uno degli strumenti dell’elenco.

Sono strumenti seri e per chi gestisce decine di marchi fanno risparmiare giornate intere. Per una PMI fiorentina il consiglio è meno entusiasta. Hanno un canone mensile, non producono decisioni al posto tuo. Prima di pagarli è ragionevole avere fatto almeno tre rilevazioni a mano, così sai già quali domande contano davvero.

Esiste anche un’opzione senza costo di licenza. Microsoft Clarity, strumento di analisi del comportamento sui siti che dichiara sulla propria home di essere “gratuito, per sempre” e senza limiti di traffico, ha una dashboard chiamata AI Citations. Il 3 agosto 2026 Microsoft ha annunciato che quella dashboard distingue ora le domande che contengono il nome del marchio da quelle generiche, come ha riportato Search Engine Land.

Qui serve una spiegazione, perché il termine tecnico è nuovo anche per molti addetti ai lavori. Si parla di grounding query, che possiamo tradurre come query di ancoraggio. Sono le ricerche che un sistema AI lancia per conto proprio, mentre sta preparando la risposta, per procurarsi informazioni di supporto. Non le scrive l’utente, le scrive la macchina. Sapere quali di queste contengono il tuo nome e quali invece descrivono solo il bisogno è un’informazione che Clarity, fino a quel giorno, non separava.

Il limite va detto con chiarezza. Clarity vede quello che passa dal tuo sito, non le risposte in cui non compari. Serve a capire come ti citano, non a scoprire dove ti ignorano. Per quello resta la libreria di prompt.

I segnali indiretti dentro Analytics

La terza strada è leggere gli effetti invece delle cause. I segnali indiretti da tenere d’occhio nel proprio pannello di statistiche sono cinque. La crescita delle ricerche che contengono il nome dell’azienda. L’aumento del traffico diretto, cioè di chi digita l’indirizzo o arriva senza sorgente dichiarata. Il miglioramento delle conversioni assistite, termine che indica i contatti in cui il primo incontro è avvenuto su un canale e la richiesta è arrivata da un altro. Le prestazioni delle pagine che gli assistenti citano più spesso. I cambiamenti nella domanda, cioè nel volume complessivo di richieste, quando la visibilità dentro le AI migliora per un periodo lungo.

C’è poi un secondo elenco, distinto, che riguarda il caso in cui l’assistente mandi davvero visite al sito: lì si guardano il traffico di referral, il comportamento delle pagine di atterraggio, le sessioni con interazione e le conversioni.

Nessuno di questi segnali dimostra da solo che il merito sia dell’AI. Messi accanto alla tabella delle rilevazioni manuali, però, raccontano una storia coerente oppure la smentiscono. Se il tasso di presenza sale e nello stesso trimestre salgono le ricerche di marca, hai due indizi che puntano nella stessa direzione. Se sale solo il primo, forse hai scelto domande che nessuno fa davvero.

Cosa fare quando il numero non si muove

Quattro dei cinque consigli della versione precedente restano validi e adesso hanno finalmente un termometro accanto. Uno lo abbiamo sostituito. Diceva “parlare di sé, ma farlo ovunque”, che è vero e inutile insieme, perché non dice dove. La tabella quel dove lo dice, quindi al suo posto c’è un consiglio che si può eseguire.

Definisci chi sei con la stessa formula ovunque. Sito, biografie social, Google Business Profile, schede sui portali, Wikipedia se ci arrivi. Le AI riconoscono bene le entità con contorni netti, faticano su quelle raccontate in cinque modi diversi. Se la colonna della descrizione corretta si riempie di no, il problema quasi sempre parte da qui.

Fatti nominare da altri. Interviste, collaborazioni, contributi, partecipazioni. Non si comprano, si guadagnano. Sono il capitale che si vede nella colonna delle fonti.

Presidia i posti da cui l’assistente legge. Non tutti i posti del mondo, quelli che hai visto comparire nella tua tabella: il portale di settore che torna ogni mese, il forum in cui si parla del tuo problema, l’elenco locale. È una lista corta e concreta, non un piano editoriale infinito, ed è il motivo per cui la colonna delle fonti vale la fatica di compilarla.

Sii utile per davvero. Contenuti che risolvono un problema, guide complete, risposte che non girano intorno alla domanda. È il nutrimento di cui i modelli hanno bisogno.

Scrivi anche per le macchine. Titoli strutturati, paragrafi leggibili, contesto sempre esplicito, dati verificabili. Non stai scrivendo solo per chi legge, stai fornendo materiale a un sistema che domani parlerà di te.

Da quando ci occupiamo di intelligenza artificiale a Firenze la domanda che sentiamo più spesso non è quale strumento comprare. È se tutto questo serva a qualcosa. Senza una misura la risposta resta una opinione.

Contrordine, la SEO è viva

Non ci siamo bevuti il cervello. Se hai letto tutto arrivi da solo alla conclusione. Va sempre fatto tutto maledettamente bene, vanno scritti testi intelligenti, vanno fatti approfondimenti seri e non copiati male, vanno presidiati i canali. La SEO non è morta solo perché la chiami GEO. Come dice il lungimirante Giorgio Taverniti nella sua Fastletter, che si trova su YouTube e su Substack, puoi continuare a chiamarla SEO trasformando l’acronimo in Search Ecosystem Optimization.

Quello che cambia sul serio è che adesso, accanto al lavoro, c’è un modo per guardarlo in faccia.

Domande frequenti

Se chiedo all’AI se conosce la mia azienda e mi risponde di sì, sono a posto?

No, ma non buttare quella domanda. Nominando l’azienda hai già dato al modello la risposta, quindi quella domanda non misura se ti trovano: misura se ti descrivono bene, ed è il tasso di accuratezza. Il tasso di presenza si calcola solo sulle sette domande in cui il tuo nome non compare.

Devo per forza comprare uno strumento a pagamento?

No. Conviene non farlo subito. Tre rilevazioni fatte a mano costano zero e ti dicono anche quali domande valga la pena monitorare, che è l’informazione che nessuno strumento ti regala.

Quanti prompt servono e su quali assistenti?

Dieci domande bastano, nella proporzione di quattro, tre e tre. Bastano anche due assistenti, scelti tra quelli che usano davvero i tuoi clienti, tenendone almeno uno che mostra le fonti in chiaro, altrimenti quella colonna resta vuota e perdi la parte più utile.

Le risposte cambiano se rifaccio la stessa domanda il giorno dopo?

Sì, in parte è normale. Per questo si legge la tendenza su più mesi e non la singola risposta, e per questo la rilevazione si fa sempre nella stessa condizione, annotata la prima volta e mai più cambiata.

Il mio nome non esce mai. Da dove comincio?

Non da un contenuto nuovo. Dalla tabella: tre rilevazioni ti dicono su quali domande sei fuori, chi c’è al posto tuo e da dove arriva la risposta. Solo a quel punto sai dove mettere le mani, e sai anche cosa guardare per capire se è servito. È un lavoro di mesi, non di giorni.

Da dove si comincia

Aspettare che le SERP spariscano per aggiornare la strategia è come aspettare che finisca la benzina per cercare il distributore. Chi lavora oggi sulla propria presenza diffusa è quello che l’AI citerà domani.

Il primo passo però non è produrre contenuto. È aprire un foglio, scrivere le dieci domande che un cliente farebbe a una macchina per trovare uno come te, porgliele davvero e annotare cosa risponde. Se non sai da che punto parti, qualunque lavoro fatto dopo resta una scommessa.

Se vuoi capire come rendere la tua azienda visibile per gli LLM, come aumentare le possibilità di essere menzionato in ChatGPT e compagnia bella, e soprattutto come accorgerti se sta funzionando, ne possiamo parlare. Perché in un mondo dove non si clicca più sui link, essere citati è il nuovo essere trovati.

Per qualsiasi ulteriore domanda scrivici, magari per noi è lo spunto di un nuovo articolo. Blu7, marketing e SEO a Firenze.

Fonti e aggiornamenti

Versione aggiornata il 4 agosto 2026 con la parte sulla misurazione.

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